martedì 7 settembre 2010

Fonti d’acqua del mio paese

Fontana d’acqua del mio paese,
non c’è acqua più fresca che al mio paese,
fontana di rustico amore.
(P. P. Pasolini, da "Poesie a Casarsa")



Fabrica fu conosciuta e apprezzata nel passato come il paese delle acque. Una delle probabili etimologie del nome è in relazione con le acque. Difatti i molini che sfruttavano la forza della caduta delle acque nel medioevo si chiamavano fabbriche, e noi appunto in via della Mola abbiamo un fabbricato, costruito si a metà del 1800, ma su di una preesistente mola che girava grazie alla forza delle acque e macinava il grano. La mola deriva il nome da mulo, la bestia precedentemente costretta a girare la ruota di pietra.

La mola di Bachettoni così conosciuta per il nome dell’antico proprietario, sfruttava la forza di ricaduta delle acque dei fossi della Variana, convogliati in un bacino artificiale detto dal volgo Riforta.

Anche la Variana è corruzione di valle riana, ossia valle dei fossi.

Un altro molino ad acqua fu operoso fino ai primi anni del Novecento in località ferriere, ove, per congettura dal toponimo, precedentemente alla mola per il grano, vi doveva sorgere una fabbrica per la creazione e la lavorazione di utensili in ferro.

Tra il 1539 e il 1649 Fabrica, come Carbognano, Caprarola ed altri paesi dei Monti Cimini, appartenne allo Stato dei Farnese. In questo periodo i Farnese migliorarono le condizioni del paese. Tra le altre cose costruirono una peschiera al Barco, corruzione popolare di Parco. Il Barco e il Cerreto furono all’epoca dei Farnese un loro privato Parco per cacciare nei boschi e pescare nell’artificiale peschiera.

Fu probabilmente in quel periodo che i Farnese costruirono una fontanella nella piazzaccia, presumibilmente nello slargo nei pressi del palazzo conosciuto come palazzo dei Prefetti di Vico, forse sfruttando un pozzo romano, ed ecco la ragione per cui quella parte antica del paese è stata chiamata nei successivi secoli ed è ancora chiamata via della Fontanella.

Sarà solo nel 1864 che il Comune costruirà la fontana in piazza del Comune, oggi piazza Marconi, mandando l’acqua in salita dalle sorgenti dei Sarvani mediante pompe idrauliche.

Le sorgenti dei Sarvani si trovano nell’omonino bosco, oggi diventato un nocchieto, ad un centinaio di metri dal paese, nei pressi del lavatoio della fontana nova, all’inizio della strada per Carbognano, facilmente raggiungibile dal centro del paese per la lunga ripida discesa di via delle Sorgenti, conosciuta come la piaggia.

Ricordiamoci che in quel periodo, e presumibilmente fino agli inizi del Milleottocento, Fabrica era cinta di mura e un profondo fossato in prossimità del Borgo la separava dal nuovo quartiere verso San Rocco, al quale si accedeva tramite un piccolo ponte.

Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale l’amministrazione di allora realizzò una importante opera a favore degli agricoltori, l’acquedotto della Bandita, che convogliava l’acqua dei fossi della Variana nel terreno della Bandita, strappato alla selva e al sottobosco, dissodato e distribuito in quarti di ettaro ai fabrichesi come ricompensa dei sacrifici compiuti nella prima guerra mondiale.

Sapete bene che l’acqua è un bene preziosissimo per l’agricoltura. Nei Quarti della Bandita, per mezzo del sistema di piccoli argini di legno - chiusi facevano defluire l’acqua nel proprio terreno, aperti la lasciavano passare per l’irrigazione di altri terreni – i fabrichesi hanno potuto coltivare intensamente gli ortaggi fino alla fine della seconda guerra mondiale, e le pesche agli inizi degli anni cinquanta.

Con la coltivazione delle pesche Fabrica uscì dalla miseria e si fece una fama che dura ancor oggi. Purtroppo mise in luce anche i suoi limiti, che durano ancor oggi: l’incapacità di fare le cose insieme e per il bene comune. La coltivazione delle pesche crollò quando il ciclo di vita delle piante si esaurì e quindi i terreni andavano lasciati a maggese per un certo periodo. Perduti i contatti con i grossisti che portavano le pesche nei mercati di Roma, negli stabilimenti di frutta del nord e persino in Inghilterra, non ci fu più la capacità di rimettere in piedi, magari tramite una cooperativa o consorzio, il business degli anni precedenti, tanto più che si andava affermando una coltivazione più semplice come quella del nocciolo.

Un’altra opera importante degli inizi del Millenovecento fu la creazione dell’acquedotto dei Sarvani, che, grazie a delle pompe idrauliche portava per la prima volta l’acqua nei vari quartieri del paese: alla fontana di Fordeporta, alla fontanella di piazza Duomo, della Piaggia, del Giardino, del Borgo. L’acqua era così abbondante che negli anni del Fascismo la potente famiglia dei Cencelli, che aveva dimora anche a Magliano Sabina, volle creare una conduttura che dalla fonte del Cerreto portava l’acqua a Magliano, tuttora esistente e funzionante.

L’acqua potabile entrò nelle case dei fabrichesi per la prima volta nel 1954, quando fu costruita una estesa rete idrica che sfruttava gli acquedotti del Barco e di San Rocco, quest’ultima proveniente da una fonte nel territorio di Valleranno. Dal censimento del 1961 si rivelano ancora molte case, abitate da vecchietti, sprovviste non solo del cesso, ma anche dell’acqua. Di importanti lavori di ammodernamento della rete idrica da quell’epoca non se ne sono più fatti.

Fino a trenta anni fa, prima dell'avvento dei disserbanti, ogni contrada di campagna aveva la sua fonte d'acqua pura. I disserbanti hanno avvelenato le fonti, e i lavori con i trattori le hanno cancellate. Chi si ricorda della fonte di Lullurulù, della Fontanasecca, di Fontana Mario, dell'acquaforte alla Piantacava e dell’Acqua Sorfata alle Pantane, meta di panzanelle di ragazzi e adulti? E dove sono i fossi dove un tempo si potevano prendere a secchi i gamberi?

Oggi neanche più l’acqua di Peccio, buona per la cura delle calcolosi e della pressione alta, si può bere.

Fatevi un giro per le contrade di campagna e vedrete che nei Quarti della Bandita il sistema irrigativo è quasi del tutto scomparso ed hanno costruito case e casaletti col sistema del condono edilizio. Andate al Barco e al Cerreto e troverete un nuovo quartiere sopra la falda acquifera.

Le amministrazioni del recente passato, avessero gestito la cosa pubblica per fare gli interessi dei cittadini, avrebbero senz’altro destinato il bosco del Barco e del Cerreto ad un grande parco pubblico. E invece l’unico parco pubblico del paese sono i miseri giardinetti di circa 300 mq, diventati per giunta pericolosi da quando sul lato opposto vi hanno aperto diverse attività commerciali, incrementando così il traffico della via.

Qualcuno direbbe che è cambiata radicalmente la società e l’economia, non più a carattere contadino. Ne prendiamo atto. Ma se questa civiltà tecnologica che ci mette in grado di consumare i beni, poi ci fornisce gli stessi beni alimentari fasulli, inquinati, dannosi alla salute, che ce ne facciamo del progresso? Che vita è la vita da consumatore coatto, che non sa più coltivare un campo, è stato espropriato del bene dell’acqua ed è costretto a bere l’acqua che gli forniscono le multinazionali? Se oggi ci costringono a comprare l’acqua, nel prossimo futuro ci venderanno la presunta aria incontaminata dei ghiacciai.

Ebbene, di fronte a tutto ciò la nostalgia di un universo a misura d’uomo, d’una economia autarchica, del ritorno ai valori e a i beni di una civiltà contadina, può diventare eversiva per i padroni delle nostre vite e del nostro futuro.


Nella foto paesaggio di Fabrica dalle fonti del Barco

1 commento:

pacello ha detto...

Caro Gualdo, interessante davvero, letto tutto d'un fiato nonostante siano quasi le due.