lunedì 29 agosto 2011

Le prime a scomparire furono le lucciole


Menzione speciale al premio nazionale di letteratura "Roncio d'oro" 2011







Mancavano pochi giorni a ferragosto, non pioveva da otto settimane e un caldo umido e appiccicoso non lasciava né dormire né stare desti. Ero ritornato a casa insolitamente presto, mi ero messo a leggere le poesie di Seifert, e nonostante il libro mi fosse caduto più volte sulla faccia, dopo un poco mi accorgevo di essere ancora sveglio e di essermi smarrito tra i vicoli e i campanili di Praga.

La sveglia segnava le tre e quarantacinque. I grilli delle campagne finitime tacevano. Il buio silenzioso e senza stelle, fuori della finestra aperta, sembrava un fondale senza tempo.

Stavo seduto sulla sponda del letto, rimuginando i versi del poeta ”I sogni precipitano da una tenebra all’altra/e non sopportano la luce del giorno”, quando un rombo di aeroplano, dapprima remotissimo, si fece più distinto, come un tuono prolungato che giunto al suo culmine tornò lentamente a spegnersi. Allora indossai scarpe e calzoni, afferrai la camicia e cautamente mi feci alla porta.

Passando sul corridoio vidi muoversi l’ombra di mio padre, coricato su due cuscini, ignaro del tumore che da lì a qualche mese lo avrebbe colpito ai polmoni e alle ossa, trascinandolo alla tomba. Mia madre, invece, capii che dormiva dal rumore profondo del suo respiro.

Scesi nell’orto e mi rinfrescai. Un filo di acqua, lasciato appositamente aperto dalla fontanella, scendeva fino ai solchi che con tanta cura mia madre aveva scavato tra i filari stretti di pomodori e fagiolini.

Mi misi seduto nella panca sotto l’albicocco, i cui rami vecchi ed arsi dall’estate si piegavano scompostamente. Tra le chiome dei pini la luna piena, gialla e fosforescente, pareva una delle nostre zucche, che quell’anno, nonostante la siccità, allungavano incredibilmente i loro fusti verso il muro di confine. La torre del castello Farnese, fiocamente illuminata, sovrastava i tetti e il campanile.

Per un momento i grilli nascosti tra le siepi provarono a riprendere il concerto, ma poi anche loro tacquero. Con un bastone cercai qua e là un riccio che notti prima avevo trovato miracolosamente sulla provinciale di Vallerano e portato nell’orto, perché, dicevano, combatte le vipere. Non trovai l’animale, ma giunto nei pressi della tettoia degli attrezzi urtai la vanga, e il rumore disturbò il gatto, che saltò via con uno scatto, si girò e prese a guardarmi coi suoi occhi verdi inquietanti. Nello stesso tempo si sentì il canto di un gallo dalle parti di san Giorgio.


Erano decenni che non sentivo più i canti dei galli, o il coccodè pomeridiano delle galline che fanno l’uovo, né il tubare monotono dei piccioni, i ragli annoiati degli asini, il gracidare sgraziato delle rane, lo stridìo serale delle rondini. Le prime a scomparire, come scrisse nel 1975 il poeta assassinato, sono state le lucciole. Nel mio paese furono le lucciole della strada di San Rocco a fianco dell’orto, quella strada che nelle sere d‘estate della mia infanzia era popolata da frotte di bimbi e ragazzi che correvano appresso agli aligeri fosforescenti, cercando di imprigionarli tra le conche delle mani.

Nei nostri paesi, già a metà degli anni Ottanta, dopo le lucciole cominciarono a scomparire le coccinelle dai nocchieti, le api selvatiche e i vari tipi di farfalle diurne e notturne, gli scardavoni che un tempo giungevano fin dentro i vicoli fioriti. Questi animaletti a forma di scarabeo ci piacevano perché avevano un colorito bellissimo, che cambiava con la diversa luce del giorno, tra il verde, il blu, il viola; li catturavamo presso i roseti, gli legavamo alla zampetta un sottile spago e li lanciavamo in aria recitando: “Vola vola scardavó/che domani è l’ascenzió/, e ssi tu nun volerai/ presto presto morirai!” cominciando a correre insieme a loro, tenendoli vincolati a noi come una specie di minuscolo aquilone, assecondandoli nelle loro giravolte, finché non sparivano definitivamente, lasciandoci in mano il filo con le loro zampette stroncate.

Anno dopo anno sono stati sottratti all’ambiente rurale diverse specie della flora e della fauna che da secoli si riproducevano in armonia coi cicli delle stagioni. Ormai sono un ricordo del passato i campi gialloverdi di camomilla, i crescioni lungo i corsi d’acqua, i gamberi e le rovelle dei fossi. Si sono estinte le piante da frutto locali, come l’uva cornetta e la pèrzica spaccarella. I sindaci hanno fatto radere al suolo i tigli e i gelsi dei viali di periferia affinché i commercianti potessero mostrare le loro insegne scoperte; parimenti, a seguito delle lamentele dei loro elettori, a cui dava fastidio lo sterco delle cornacchie e dei piccioni sui balconi, hanno fatto eliminare i volatili che avevano il nido nei pertugi della torre e del campanile della chiesa di San Silvestro.


Neanche sdraiato sulla panca dell’orto mi riuscì di prendere sonno. In quel periodo, nonostante avessi compiuto da un bel pezzo i trent’anni, non ero vincolato da una attività lavorativa fissa, e dunque ero libero di impiegare il mio giorno come desideravo. Soprattutto le notti d’estate mi trastullavo fino a tardi con amici occasionali, per cui la mattina mi svegliavo non prima delle undici. Il pomeriggio giravo per i paesi dei monti Cimini, in cerca di quelle persone anziane disponibili a raccontarmi le storie, i canti, i proverbi della loro civiltà contadina che spariva inesorabilmente ogni giorno con la morte delle generazioni nate negli anni Venti del Millenovecento. Altri giorni, in compagnia di Ruggero Cencelli, un vecchio spretato del mio paese che conosceva palmo a palmo i siti archeologici della Tuscia, andavamo a perlustrare gli anfratti tra le forre di Fàleri Veteres e i pianori di Fàleri Novi, sperando di trovare un indizio che ci avrebbe condotto in una tomba falisca, non tanto per la brama di un tesoro quanto di riportare alla luce oggetti, utensili, monili di una civiltà sepolta per sempre duemila anni prima.

Quella notte, evidentemente, non mi ero stancato abbastanza. Avevo occupato il territorio del gatto, che continuava a scrutarmi con sospetto. La fantasticheria di alzarmi e prendere una via di campagna per sorprendere l’alba sopra un poggio, divenne un desiderio sempre più cosciente.


Così ritornai a percorrere a piedi la strada delle Fornaci, ove avevamo un nostro podere, come facevamo per gioco da bambini e ragazzi, come avevano fatto per secoli e secoli i vecchi contadini di una volta nel mese di luglio e agosto, i quali, si diceva, preferivano il lavoro alla luce della luna e il pomeriggio lo passavano a sistemare la cantina o la stalla, riposandosi ogni tanto sopra una ripazzola all’aperto. Il lavoro dei vecchi agricoltori, da millenni e millenni, in ogni stagione, si preparava con le prime luci dell’alba. D’altronde se lavoravano da levata a calata del sole, e, soprattutto d’inverno, un po’ per la stanchezza, un po’ per i diversi ritmi biologici, andavano a coricarsi appena cenato, era naturale che si ridestassero all’indomani con le stelle ancora fisse nel cielo. Chissà quante generazioni di antenati avevano percorso a piedi quella stessa strada, giovani e vecchi, con le mani libere o con la falce alla cinta, la zappa sulla spalla, le donne coi panieri sulla testa o qualche moccioso di bambino in braccio. Quanti in quel tratto di strada avranno pensato che le loro fatiche sarebbero state utili per meritarsi la grazia di Dio, per guadagnarsi il pane onestamente, per vendere il poco ricavato, mettere da parte i soldi in caso di malattie o disgrazie, ampliare a poco a poco la proprietà e lasciare un po’ di robba ai figli invece dei debiti e della miseria. Quanti altri, invece, avranno considerato più razionalmente che l’unico mezzo per uscire dalla povertà si fosse realizzato mediante gli affari, le compravendite, i mezzucci poco leciti, in bando agli scrupoli morali.

Nei pressi del casale diruto dei Pasqualotto sentii il fiato pesante del barbagianni e le strida delle civette. La luna me la trovavo ora di fronte, ora tra le fronde degli alberi, ora appollaiata sul crinale di una collina, a seconda delle svolte della strada.

Giunto all’edicola votiva della Madonnella s’alzò un filo di brezza fresca e il cielo cominciò appena a schiarire lasciando intravedere la nobile sagoma del monte Soratte sul fondo dell’orizzonte.


Presi gli attrezzi necessari nel casaletto e lavorai senza sosta fin verso le sette, quando fu giorno pieno e la sete cominciò a farsi sentire.

Siccome non mi ero portato nessuna boccia d’acqua e sapevo che poco lontano c’era una sorgiva, pensai di andarmi a dissetare laggiù, passando a rocchio, ossia discendendo la costa boschiva fino al fosso di Gricciano e risalendo attraverso piccoli appezzamenti altrui. Centinaia di anni fa tutta la collina di qua e di là dal fosso apparteneva agli Alessi, antenati di mia madre. Sicuramente, quando l’avranno avuta in enfiteusi dal Comune, era un esteso bosco di querce e di ornelli che le generazioni successive hanno sradicato per farne camporili di vigne e di grano.

Guadai con facilità il fosso quasi asciutto, incredibilmente sporco di pezzi di ferro, di plastica e di materiali vari che i soliti imbecilli continuano a scaricare dalle loro auto, allorché ritengono di andare a fare una “salubre” passeggiata in campagna. Ai tempi della mia adolescenza questo fosso era rigoglioso di acque che scendevano giù dai monticelli boscosi della Selva. Bastava scarmucinare con le mani tra i sassi del greto per catturare i gamberi dal dorso marroncino o rossastro.

Quel giorno non ritrovai subito la fonte. I nuovi proprietari del fondo avevano cancellato il viottolo d’ingresso ed eretto una recinzione di filo spinato su cui lasciavano pascolare le capre. Quando comunque vi giunsi, seguendo un altro percorso, non potei non rimanere deluso: la piccola vasca era invasa dall’edera e un piccolo rivolo appena scendeva giù dal canale sotterraneo, perdendosi in un fossato in cui si abbeveravano le bestie. Considerando che bere a quella fonte poteva essere pericoloso, causa i diserbanti che con nessuna accortezza spargevano a tonnellate nei terreni a monte, misi le mani a conca e sorseggiai un poco, giusto per ricordare il sapore e inumidirmi le labbra.

Fu soltanto tornando indietro, facendo lo stesso percorso a ritroso, che mi resi incognito spettatore di un fatto a dir poco inquietante. Nei pressi delle arcate di un ponticello due operai scaricavano da un furgoncino certe sagome nere, che spingevano dentro il fosso. Mi avvicinai senza farmi notare, quel tanto per poter constatare che quegli energumeni buttavano dentro il fosso diverse vecchie gomme d’auto e pezzi di ferro. D’istinto avrei voluto gridare per farli scappare, ma l’eventualità che potevano essere loro a farmi scappare, magari soltanto per impaurire un testimone, mi fece più cauto. Non appena ebbero finito il loro insano compito il più giovincello si attardò a cogliere le more, mentre l’altro risalì a bordo del mezzo, minacciando il compare di lasciarlo a piedi, perché “certi lavori vanno fatti in fretta di notte e se stavolta l’avevano fatto alla luce del sole era tutta colpa sua che non si era svegliato in tempo”.

Quelle persone inqualificabili, per poter risparmiare qualche soldarello sui costi dello stoccaggio dei materiali inquinanti, giravano di notte le contrade di campagna, smaltendo così gli scarti delle loro officine. Pensavano di essere furbi, ma non si rendevano conto che se tutti i giorni dell’anno, in tutte le fabbriche, fabbrichette, officine, aziende agricole del mondo, artigiani, agricoltori e cittadini senza coscienza civica ed ecologica avessero riversato nei fiumi e nel sottosuolo i loro rifiuti tossici, l’avvelenamento mortale del pianeta e dell’essere umano sarebbe stato un processo irreversibile.


Tornando a casa mi vennero in mente i siti delle altre fonti di campagna che conoscevo. Chissà in quali condizioni fossero, se i vecchi agricoltori avessero continuato a curare le sorgive di Fontana Majo, di Pisciarielli, delle Pantana. Oppure era tardivo il rimpianto, giacché questo fasullo progresso ne aveva già fatto scempio. Intorno alle fonti del Barco, dei Sarvani e del Cerreto, che nutrono il paese mediante acquedotti, un tempo parco di caccia della potente famiglia Farnese, le ultime amministrazioni pubbliche avevano dato il permesso per costruire nuovi quartieri. Anche nei pressi della fonte dell’Acquaforte stavano iniziando delle lottizzazioni. La fonte di Peccio continua a scorrere copiosa, ma sembrerebbe non potabile. Uno sviluppo agricolo, urbanistico, edilizio senza regole e con la quiescenza delle pubbliche autorità, ha sconvolto il paesaggio. Il sistema irrigativo dei Quarti della Bandita, costruito all’inizio del secolo scorso, che negli anni Cinquanta permise un ciclo di coltivazione di pescheti e nocchieti, fonte di indubbia ricchezza per le famiglie, oggi è stato quasi del tutto abbandonato e in ogni appezzamento è stata eretta una casetta abusiva.

Giunto a casa trovai mia madre che era già scesa nell’orto e con una zappetta rimuoveva le patate sotto terra. Mi disse che il caldo di questo agosto avrebbe bruciato il raccolto alle Fornaci e si sarebbero salvati solo gli impianti irrigativi. Gli risposi che non valeva la pena affrontare la spesa di un impianto per mezzo ettaro di nocchieto. “Lo so” disse, “ma rìcordite sempre, che dar poco vène l’assai”.

Sarà stato il sole alto, la luce intensa, il sonno perduto, fatto sta che da un momento all’altro un forte bruciore agli occhi e una repentina spossatezza mi costrinse a salire nella mia camera e buttarmi sul letto. Mio padre, che in quel momento stava passando lo spazzolone, come al solito con l’immancabile sigaretta tra le dita ingiallite dal fumo, senza guardarmi in faccia mi disse per l’ennesima volta che quelli che tornano a casa al mattino fanno tutti una brutta fine, e lui a quindici anni si alzava alle cinque di mattina per prendere il treno per Roma, dove faceva il garzone apprendista in una officina. “E poi è tempo che ti crei un futuro…” aggiunse a mezza bocca. Non mi andava di spiegargli che la sera precedente ero rientrato presto e poi ero uscito di nuovo all’alba per andare a tagliare i frusti al nocchieto. Se anche gli avessi risposto che il futuro se lo erano accaparrato i ruffiani, gli ignavi e i truffaldini, lui, che aveva lavorato ininterrottamente per cinquantacinque anni e adesso si godeva una misera pensione, forse non mi avrebbe capito.

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